PITTURA

GASTONE MARIANI, CHIODI tecnica mista su tela cm 35 x 25

GASTONE MARIANI, CHIODI tecnica mista su tela cm 35 x 25

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LUISA SOMAINI, INQUADRATURE

Otto chiodi antichi di ferro arrugginito, battuti a mano, estratti da una vecchia trave e legati con lo spago a un pezzo rettangolare di tela grossa, quella del corredo delle spose di una volta, dai bordi delicatamente sfrangiati e ingiallito dall’uso. Sopra questa severa, dolente tastiera in bianco e nero, in cui forse si avverte il ricordo della casa avita giù al paese, una toppa di canapa e carta velina nasconde in parte il taglio della tela, fermato con tre grandi punti lasciati a vista. Una frattura ricomposta, uno strappo cucito in fretta e via. C’è tutto questo in un piccolo quadro, uno dei tanti che Mariani ama attrezzare per raccontare, nello spazio ridotto di una sola inquadratura, lo scorrere dei giorni e dei propri pensieri. Certamente uno dei piu eloquenti e paradigmatici di tutta la serie di queste Improvvise mareggiate, costituita da un insieme di lavori che l’artista ama definire “fondali rovesciati”, con riferimento al loro carattere di aleatorietà, dovuta soprattutto all’assemblaggio e alla semplice imbastitura degli elementi. Serie divenuta tanto ampia nel corso del tempo da assumere il valore significativo di un vero e proprio componimento in sequenza, costituito da tele che sono ad un tempo appunti di mestiere e pagine della memoria.Scenografo teatrale e televisivo, Mariani sembra attenersi nella realizzazione di queste opere a una sorta di coazione a preparare ogni volta un fondale diverso per una sola ed unica pièce, basata su materiale autobiografico, con le varianti dettate dalle diverse occasioni creative ed esistenziali, che ruotano però attorno a un tema centrale, piu o meno esplicitato, quello della ferita e della sua medicazione, formalizzato anche attraverso una rilettura tecnica della fenomenologia dei tagli e dei buchi dei “concetti spaziali” di Fontana. Tema cui fa da significativo contrappunto, la necessità di dare una precisa indicazione numerica che permette di ottenere una piu serrata e ritmica composizione della tela e che offre un ulteriore spunto interpretativo. Volta a volta composta da segni a bastoncino, tracciati come aste nella pittura, altrimenti ottenuta con l’applicazione di vistosi punti di sutura, con l’ordinata foratura della tela, con la scrittura di numeri arabi o con l’inserimento di elementi estranei, fortemente evocativi, come appunto i chiodi settecenteschi, di cui si è detto.

GASTONE MARIANI, AL DI LA’ DEL MARE tecnica mista su tela cm 90 x 90

GASTONE MARIANI, AL DI LA’ DEL MARE tecnica mista su tela cm 90 x 90

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MARTINA CORGNATI, IL RACCOGLITORE DI ONDE

Gastone Mariani sembra ambire a presentarsi come un collezionista di immagini, oggetti in qualche misura trovati, raccolti e selezionati alla stessa stregua di quanto potrebbe fare un cacciatore di farfalle esotiche, un raccoglitore di monete, di reperti archeologici, di qualunque categoria dì cose. Sono forme portate dal mare, gettate dalle onde, ritrovate amorevolmente su una spiaggia che, appunto in quanto potrebbe essere l’ultima, è certamente un luogo da tenere d’occhio. Ma non è tutto: per quanto Gastone Mariani si compiaccia, almeno un poco, di insistere sulla propria posizione di semplice, attento destinatario di tesori donati dalle onde, di fatto ne è pienamente l’artefice. Come insegna Breton, le cose tutte le cose che abbiamo ci sono destinate. O noi siamo destinati alle cose. Per onorare questa circostanza, Mariani compone intorno ai suoi tesori piccoli assemblaggi pieni di discrezione e di misura, accordando un particolare all’altro con la cura disinvolta ma impeccabile di un musicista che mette a punto il suo strumento prima del concerto. Un lavoro di forme e di toni, di improvvise insistenze e di corrispondenti sospensioni che costruiscono armonie particolari, ciascuna autonoma e godibile come unità in se, ma contemporaneamente intrecciata nell’intimo al contesto, a quel tempo lineare scandito da punti, da istanti colorati, rispetto a cui ogni immagine già contiene e prevede un’altra immagine, un prima e un dopo.Si tratta allora di una specie di diario, di sequenza poetica – se è ancora legittimo servirsi di un termine tanto abusato e generico – con cui l’artista accompagna le proprie ricerche, le proprie giornate, ma anche l’insieme (un insieme che non va mai perso di vista) ha una pregnanza e un’ambizione davvero sinfonica, si dispiega intorno allo sguardo come una grande scenografia ricomposta da un’infinità di frammenti che ci attraggono insieme in forza della propria differenza, episodicità ma soprattutto della propria profonda coerenza. Per questo, nel caso di Mariani, è ancora lecito, anzi è necessario, spendere la parola progetto. In questo tempo di consumi brucianti, di irregolarità linguistiche elevate a sistema, senza effondersi in dichiarazioni programmatiche che un artista di poche parole rende evidente che una ricerca come questa, una dimensione espressiva come questa esiste ancora, è ancora accessibile. Con l’aiuto delle onde. E la pazienza per starle a guardare.

GASTONE MARIANI, RICORDA tecnica mista su tela cm 25 x 25

GASTONE MARIANI, RICORDO tecnica mista su tela cm 35 x 25

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LAURA LOMBARDI, FRAMMENTI DI MEMORIA

Frammenti di memorie, con questo nome sono presentate le opere che Gastone Mariani ha concepito nell’ultimo decennio, dopo anni di assoluta dedizione alla scenografia. Frammenti dunque, tracce minime ma eloquenti, vocaboli essenziali che racchiudono, nel loro contenuto lirismo, una forza evocativa ed una levità inconsueta quale frutto di un rigoroso filtro emotivo, di scelte operate nel groviglio dei ricordi.
Non che le scorie dell’esistenza siano cancellate in nome di una purezza priva di palpiti, poiché resta ben presente la materia, raffinata e scabra ad un tempo: pieghe create a formare archi, segni graffiati, appunti di una scrittura interiore, che talvolta si carica anche di accenti più sostenuti, nell’immissione di corde annodate, di chiodi, di piccoli legni consunti che introducono toni più austeri in una cromia sottilmente ridotta al biancore della tela e a qualche tocco di azzurro. E poiché – notava Roland Barthes – “ogni opera d’arte è filiale”, i lavori di Mariani hanno le loro radici
nella stagione dell’informale, ma, pur nel diverso intento espressivo, sembrano anche evocare gli Achromes di Manzoni, “tavole di bellezza ricordante”, come le definiva Vincenzo Agnetti in un celebre scritto. Infine, forse inconsapevolmente, I’anima di
scenografo riaffiora nell’imporre agli elementi un ordine ed un’intima coerenza fino a dar vita ad oggetti preziosi nella loro voluta povertà. Un “teatro della memoria” dunque, il luogo nel quale gli uomini del Cinquecento indicavano possibile il salto verso una forma di conoscenza ulteriore. Nello sconcerto dell’oggi, quando le certezze sono infrante, al teatro della memoria non resterà che la misura parca del frammento, divenuto ormai da due secoli l’unica espressione concessa all’uomo; della passata compiutezza quel teatro serberà tuttavia la pregnanza e la forza offerte proprio dalla sua leggerezza: quella leggerezza che Italo Calvino indicava quale viatico al nuovo millennio.

GASTONE MARIANI, OMBRA tecnica mista su tela cm 90 x 90

GASTONE MARIANI, OMBRA tecnica mista su tela cm 90 x 90

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LEA MATTARELLA, REPERTI

Ci sono artisti che amano misurarsi coi grandi interrogativi. Da dove veniamo, chi siamo, dove andiamo? si chiedeva Gauguin nel 1897. La sua risposta se l’era andata a cercare dall’altra parte del mondo. A domande così importanti si risponde con scelte altrettanto significative. E’ un modo eroico, estremamente romantico e totalizzante di intendere l’arte e la vita. Cercare una specie di verità, un concetto da ribadire attraverso un’opera magniloquente, che abbia come punto di partenza i massimi sistemi, è stato poi uno dei leit-motiv dell’espressività del XX secolo. Artisti, pur eccellenti, che si sono messi in sintonia con quelle vastità, talvolta hanno pagato un prezzo alla retorica.Esistono anche pittori e scultori che prendono spunti e suggestioni esattamente dal contrario, da qualcosa che hanno sempre sotto gli occhi, apparentemente banale, intimo, quotidiano. Le loro opere sembrano nascere sotto la protezione di un “dio delle piccole cose”. Morandi ne è forse l’esempio più celebre.Guardando i lavori realizzati negli ultimi anni da Gastone Mariani è evidente che la loro collocazione è tra le offerte tributate al nostro dio dell’oggetto quotidiano. Mariani costruisce le sue opere con frammenti: spaghi pezzi di cartone, lacerti di antiche lenzuola di lino, ferri, garze, un vecchio strofinaccio, il tovagliolo superstite di una tavola imbandita chissà quanto tempo fa, la serratura di una porta che non c’è più… Dà un ritmo essenziale e orientale, tipo haiku visivo o spartito musicale a queste “memorie” ritrovate nella sua soffitta gozzaniana. Il mondo poetico che emana è una sorta di diario segreto per immagini: piccoli segni, tracce, graffi, ferite, materie accidentate e vissute, orizzonti, spazi che si trasformano sotto i nostri occhi e soprattutto che evocano minimi universi intimi. Vogliono farci vedere con occhi nuovi ciò che conosciamo, o che fino ad oggi credevamo di conoscere. Ci restituiscono un sapore familiare che mette in moto l’immaginazione, il ricordo. Il fatto che questo sia un racconto da leggere in tutte le sue pagine, come se si sfogliasse, lo suggerisce anche il modo di procedere dell’autore che lavora per serie di superfici delle stesse dimensioni. Come se si trattasse di fogli di uno stesse quaderno. Ritrovato dove qualcuno lo aveva perduto.Per Mariani la madeleine proustiana e un pezzo di ferro che ha forgiato fino a renderlo curvo, fino a fargli assumere una linea morbida, quasi volesse somigliare ad una pennellata data velocemente sulla tela. Anche questa però possiede una sua verità, diversa da quello che potrebbe apparire al primo sguardo. Il ferro proietta un’ombra ed è quella ad attrarre lo sguardo, perché è come se chi guarda capisse che è 11 che è avvenuta la trasformazione dell’oggetto in altro.Il punto è proprio questo. E credo sia una delle cose più strane e più affascinanti dell’espressione artistica. Esistono oggetti parole, suoni materie. Sono sotto i nostri occhi. Noi li guardiamo e ascoltiamo distrattamente. Poi arriva qualcuno che sa fare di questo “lessico familiare” un’opera, un racconto, una melodia. Ed e come se mettesse ordine, creasse nuova armonia. Mariani fa questo con i suoi reperti che provengono da un mondo dimenticato. E’ così che finiscono per appartenere un po’ anche a noi.

GASTONE MARIANI, PICCOLE FERITE SULLA PELLE DELLA PITTURA tecnica mista su tela

GASTONE MARIANI, PICCOLE FERITE SULLA PELLE DELLA PITTURA tecnica mista su tela

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FRANCESCA ALFANO MIGLIETTI, … PICCOLE FERITE SULLA PELLE DELLA PITTURA

Gastone Mariani è autore di una pittura materica sedimentata per strati che ingloba una serie di “corpi estranei” come placche di ferro, piccoli oggetti, lettere, parole, frammenti di materiale aliene alla pittura che rendono le superfici dense di storia e memoria. Colori brillanti e puliti, superfici sabbiose ed eleganti. Mariani sembra voler rendere alla materia pittorica la sorte della natura contemporanea, superfici non più pure ma piene di frammenti della civiltà, la civiltà con i suoi residui ormai incastonati sulla superficie terrestre. Superfici che divengono spazi siderali e cosmici in cui sembra avvenuta la dissoluzione della materia che contiene ancora frammenti dello sperpero della civiltà industriale, e spazi pittorici che divengono superfici pronte a ricevere di tutto. Il percorso di Mariani è costituito da suggestive di opere che si inseriscono in un dialogo particolare con la materia più intima della trama stessa della tela che diviene una sorta della pelle su cui appaiono, come nebulotiche memorie, i gesti infantili del cucirsi la pelle delle mani… quei giochi solitari in cui ci si incantava vedere la punta dell’ago nella pelle spessa del palmo della mano, nel sentire il filo sottile attraversare la pelle…senza dolore ma con l’eccitazione della scoperta del sentire il proprio corpo come una parte di se da scoprire in silenzio, di nascosto. Mariani cosparge le sue tele di frammenti di materiali…piccoli sassi, legnetti, chiavi…piccole strutture apparentemente semplici nella loro purezza formale, cariche tuttavia d’innumerevoli riferimenti culturali, simbolici, antropologici. Superfici precedentemente trattate, tagliate, ricucite, bucate, macchiate, incollate, sfilacciate… Una unità di senso che nasce dalla potente sintesi tra le possibilità espressive della materia e il significato iscritto nel simbolismo delle forme. Un uso delicato e curioso della materia, quella di Mariani, frammenti che ci appaiono come rivelazioni, apparizioni che emergono da un mondo lontano, come dai tempi e dagli spazi della propria preistoria per comunicare un messaggio che si rivela quanto di più profondo si cela nella propria vita interiore. Le opere di Gastone Mariani creano delle partiture di senso…un gioco sottile tra lo sguardo al paesaggio, I’idea del frammento del viaggio, il recupero di oggetti di affezione, i riferimenti all’arte… Le sue opere suggeriscono l’influenza degli oggetti e degli scarti nella fabbricazione dell’immaginario individuale all’interno delle strutture del pensiero, il potere evocativo di una carta, di un chiodo, di un sasso, che nel momento in cui vengono scelti perdono parte della loro materialità per divenire il frammento di un ricordo, il pensiero di un luogo, lo scorcio di una relazione. Per Mariani l’alternativa ad un quotidiano che cannibalizza tutto è l’emozione. Le superfici di Mariani sono utilizzate come schermo, come uno specchio in cui le materie e i frammenti suggeriscono a chi le guarda la necessità di una propria proiezione… di una riserva di emozione che nel corso del tempo, di volta in volta, si sono mescolate alla vita quotidiana: allora quel piccolo sasso ci ricorda il nostro, personale, piccolo sasso…un attentato alla nostra integrità di spettatori ed una immersione in un universo fatto di sensazioni, sfere emozionali, rapporti interpersonali e diari di viaggio. E cos^l queste piccole tele diventano un condensato di rappresentazioni di ricordi personali e di corpi, divengono delle vere e proprie “macchine per la costruzione di sguardi, una sorta di stimolatore di sensazioni, un simulatore di esistenza-avventure, divengono la necessità della poesia della vita ordinaria…un leggero filo di luce nella ferita del quotidiano.

GASTONE MARIANI, ORIZZONTE tecnica mista su tela cm 90 x 90

GASTONE MARIANI, ORIZZONTE tecnica mista su tela cm 90 x 90

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PATRIZIA SERRA, BIANCO

Il bianco in tutte le sue sfumature domina il comporsi delle sequenze.

Come secche annotazioni, queste pagine si animano di segni, raccolgono materiali “minimi” sintomatici ed intimi, riconosciuti o forse ritrovati, nella piattezza della quotidianità. Ed ogni piccola cosa si aggiunge al mondo segreto dove, al contrario che nella realtà, tutto ha un senso profondo ed una ragione. Una complessa memoria …forse dell’infanzia o forse di quel desiderio che si sente di freschezza, quel bisogno di stupirsi, quella capacità di incantarsi che ci conduce verso noi stessi.Nascono da delle sensazioni i ricordi? A volte, ma quell’istante, che fa scattare il meccanismo, che I costruisce, è particolare: ci tira indietro, d’un tratto, Cl rimette sulla pista di noi stessi; un lieve frammento di grande intensità, da conservare. Così si formano delicatamente i segni di un vissuto, conservati su tavole ferme, in cui lo spazio si arma di musicalità, proponendo il variare e lo sciogliersi il comporsi e lo scomporsi di pochi semplici elementi, che si aggregano nel bianco che accoglie il colore quando è vissuto come elemento, e la parola quando è la semplice traccia di pensieri. Nelle grandi tavole si evidenzia il bisogno di scoprire e di esaltare un vuoto che come il silenzio sottolinea il minimo vibrare.

GASTONE MARIANI, VOLO tecnica mista su tela cm 90 x 90

GASTONE MARIANI, VOLO tecnica mista su tela cm 90 x 90

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RAFFAELLA PULEJO, RICORDARE

È capitato a molti. Alcuni l’hanno covato come sogno, altri l’hanno coltivato nel tempo come un progetto, altri ancora ne sono stati aggrediti quasi alle spalle: la necessità di scrivere il racconto della propria storia, di immergersi nel proprio passato, fino all’infanzia, e attingere dalle immagini della memoria i “quadri” della propria vita interiore. Questa scrittura non è una cronaca, ma un vero racconto, perché in esso riaggiustiamo la forma delle cose. Le linee formano contorni un po’ diversi, intoniamo in do maggiore o in la minore certi eventi, cancelliamo alcuni fatti per concentrarci sui dettagli, riscriviamo le nostre battute, anche quelle che non avevamo detto, o nemmeno pensato. Quel che chiamiamo”scavo della memoria’, oppure “ricordare” si traforma nella costruzione di qualcosa di nuovo.Talvolta il racconto germoglia dall’incontro fortuito con un oggetto insignificante, muto per chiunque e colmo di evocazioni solo per l’autore, magari un vecchio bottone, come quelli che compaiono in alcune tele di Gastone Mariani. Mi ha raccontato che è andata grosso modo Con, una sera di inquietudine senza motivo: la necessità di scrivere si è affacciata. Non ha preso la penna in mano ma una piccola tela, un oggetto maneggevole come un foglio, che potesse stare su un tavolo come un quaderno, o meglio, come un diario. E ha iniziato a scrivere. Ogni tela contiene un nucleo narrativo autobiografico, un oggetto o un segno emerso dai ricordi, intorno a quale si dipana la scrittura. La tela bianca diventa I^c scena della memoria. In essa si inscrivono segni materiali eterogenei: un tovagliolo ricamato a foderare la superficie candida della tela, inserti di ferro ricurv che proiettano sulla superficie ombre che sembrano filò di arcate, bottoni che interrompono il piano, nodi d corde che increspano la tela, tagli che scavano sottil lame nere oltre il chiarore della superficie. Con il procedere degli anni i lavori si espandono in grandezza, accolgono la stesura del colore, gli aneddoti si diluiscono in una forma più pittorica e rarefatta. Come se il coraggio della pittura fosse cresciuto e il bisogno della scrittura abbia accolto l’astrazione delle immagini. Ognuno di questi gesti, segni, procedimenti deriva dal linguaggio dell’arte contemporanea, ma non credo sia importante rintracciare le citazioni del vocabolario artistico recente, più familiare del pane quotidiano a chi come Mariani vive dentro l’accademia di Brera in mezzo agli artisti. Per lui il linguaggio della pittura è il modo di sentire e di pensare, la pittura è il tono della ricerca e della narrazione personale, è la lingua che permette di tradurre gli eventi intimi in poesia. Italo Calvino ha scritto che l’opera d’arte inizia dove finisce l’autobiografia, laddove le figure e gli episodi della propria storia si riassorbono in una forma “altra” in cui si diluisce la riconoscibilità di colui che racconta. È a questo processo che ci avvicina la pittura di Mariani, comunicandoci la poesia e lo struggimento del ricordo.

GASTONE MARIANI, PENTAGRAMMA tecnica mista su tela cm 90 x 90

GASTONE MARIANI, PENTAGRAMMA tecnica mista su tela cm 90 x 90

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CARMELO STRANO, RITMI POLIFONOCI

I dipinti di Gastone Mariani nascono in un laboratorio attrezzato con materie e oggetti banali della vita quotidiana, come cartone, filo, spago (talora risolto in nodi), buchi, tagli, filo di cotone o di metallo, pezzi di legno. Il tutto, ovviamente, quale preludio ad una poetica dell”‘oggetto trovato”. Mariani affida alle sue tensioni formali una “comunicazione implicita” con tenue fondamento simbolico, certamente più soggettivo che oggettivo. Dunque, presenza, anche, di un personale laboratorio letterario che meriterebbe ben altra occasione che quella di una testimonianza per una precisa indagine. Il laboratorio formale di Mariani parte da una condizione (materiali e stilemi disponibili) eclettica e citazionistica (anche particolari “tagli” e sbuchi”) ma determina situazioni sincretiche: in ogni dipinto si produce la fusione di tutti gli elementi concorrenti. Mariani insomma si collega alla lunga tradizione dell’esito unitario. Sì, sono dipinti. Infatti anche le materie volumetriche tendono ad un ruolo bidimensionale mascherando la loro incidenza nello spazio reale. L’artista lavora di cromatismo, spesso su un esteso monocromo bianco (campitura, fondale). Sembra che lo scenografo voglia trovare nell’arte una compensazione al consumatissimo esercizio di scena, proscenio, praticabili e piattaforme girevoli: la ricerca di una zona espressiva più riservata e più intima dove dar luogo alla vibrazione implosiva anziché all’espansione. A ciò contribuisce talvolta l’inserto di campiture tonali monocrome. Né questa tendenziale bidimensionalità è contraddetta dalle increspature ed estroflessioni euritmiche date dal cartone. Dal suo foglio-fondale Mariani fa un pentagramma multiplo su cui scrive ritmi senza indicazioni di “tempo in chiave”: è nel ritmo polifonico la sua forza.

GASTONE MARIANI, PAGINE tecnica mista su tela cm 25 x 35

GASTONE MARIANI, PAGINE tecnica mista su tela cm 25 x 35

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TOMMASO TRINI, TREMATURGIA

Certe superfici pittoriche, che direi minimali e schive all’apparenza, poi mi sorprendono per la loro intrinseca complessità. Siano tele o quinte, schermi o pareti, esse avvolgono in trame sottili i loro riguardanti. E’ il caso delle superfici ricettive di Gastone Mariani, modulate fra luce e ombra: simili a vele spinte dalla percezione. La loro pittura non è un cargo alla fonda. Non si finirebbe mai di riflettere sulla realtà e la virtualità della superficie, questo confine. A sconvolgerne i limiti sempre all’erta ha contribuito anche l’evoluzione dei rapporti fra scena e spettatori. Il dipingere è più performativo, da quando il teatro rivoluziona le sue interfacce. Certo, le superfici sono il luogo per eccellenza infinito dei corsi e ricorsi millenari dell’arte. Cosi che le tele di Mariani, costruite su trame di vuoti e pieni, qui disarticolate e là traforate, dipinte poco o punto, possono risalire verosimilmente al retroterra (o mare aperto) di collage e assemblaggi modernisti, che hanno ventilato sequele di buchi, tagli, cretti, torsioni, cotoni, pulviscoli, tali da trasformare lo spazio bidimensionale in oggetti fratti e in eventi temporali. Se sufficientemente espansa, la superficie è anche il luogo senza fine delle relazioni in atto a teatro e nei media. Un divisorio, una linea di demarcazione, uno schermo, non mancano mai laddove c’è spettacolo. Le avanguardie teatrali e la tecnologia hanno modificato i dispositivi scenici, liberalizzandoli in parte, per quanto attiene alla loro tradizione; ma poco cambia, se non muta il registro stesso delle percezioni nei sensi e nella mente dello spettatore partecipe. A questo mutamento contribuisce d’altra parte l’esperienza visiva e plastica, che ha posto in atto espansioni come l’installazione, I’opera ambientale, e ha messo in scena la mostra in se. Per questa via, Mariani è un artista cui bastano i limiti della pittura e i confini di una mostra per inscenare i sensi nel loro tramarsi sul mondo – senza fare teatro, di cui pure è un esperto. Quale mutamento? Uno per tutti, per cominciare: percepire il pieno senza volerlo svuotare. Altri dicono, se psicologi o terapeuti avanzati, la libertà inerme di poter affiggere sul mondo uno “sguardo cieco”, percezioni non puntute, attese che si espandono, fiduciose nell’ascolto. E’ lo sguardo infantile, ricordate? Picasso voleva tornare bambino, ma i suoi occhi rapivano. Tutti noi, al contrario, siamo soliti rivolgere agli altri e alle cose percezioni aggressive come testuggini per dominare o possedere corpi, menti, oggetti, a loro volta convessi come scudi e intenti a fare la festa a noi: questo è lo sguardo a punta, che non vede quel di cui fa scempio. Meglio sarebbe affinare percezioni concave in presenza di condizioni ricettive. Ecco perché la pittura dovrebbe farsi non convessa a scudo, come pretendeva De Chirico, bensì parabola. Ciò vale in particolare per le tele espanse di Gastone Mariani. Sono molto dissimili, sebbene improntate a una poetica razionalità costruttiva, dai rilievi delle prime avanguardie storiche: là, l’innovazione tranciava una barriera; qui, I’effusione luministica vaporizza ogni barriera. Una volta, Robert Rauschenberg, un maestro delle percezioni effusive e ricettive, sorprese le tele del suo ciclo tutto bianco a registrare l’ora del giorno captando ombre e riflessi; lui pure venne sorpreso mentre, steso a terra con un whisky, acquerellava le ombre portate dalle sue sculture. L’opera di Mariani è fatta di una pasta simile: dove finisce un quadro, I’arte riposa. Ovunque un artefatto accolga le altrui presenze e percezioni in libertà, senza ordire regole, con ricezioni concave, senza ostruzione convessa, là opera una ‘tramaturgia’ priva di dolore. Provo un interesse istintivo per i quadri plastici di Gastone Mariani perché assorbono le mie percezioni. Io non sono abituato (non più, non ancora) a rifluire in un oggetto d’arte – che di solito tendo a mordere per masticarlo. Le superfici a trama di Mariani risucchiano, lievi, la mia vista legata al tatto. Prive di nicchie ma ospitali nei loro tratti umbratili, lasciano che mi effonda con lo sguardo e l’orientamento nella loro membrana che è velata: è sferica o piana? Mi accade qualcosa di simile nel planetario, quando cala il buio profondo della volta celeste: è un’ebbrezza, subitanea e fittizia. Benché conscio che il cielo è una mera rappresentazione, dapprima avverto che il planetario proietta anche me su quella volta. I miei sensi disorientati non distinguono più tra il calare e l’ascendere. La mia vista si fa acuta sino a divenire cieca. Capita allora che m’interroghi su ciò che mai ho visto e mai vedrò: che forma ha l’universo?

GASTONE MARIANI, FRAGILE tecnica mista su tela cm 90 x 90

GASTONE MARIANI, FRAGILE tecnica mista su tela cm 90 x 90

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Con delicatezza quasi Affine alla tradizione teatrale assembla oggetti che siano evocativi; estrapolati dalla memoria collettiva intrisi però di sgnifi cali soggettivi Chiodi arrugginiti vecchie serrature falci e nodi di corda sembrano animarsi e prendere parte alla misteriosa danza che è la vita che sisvo^lge all’interno del riquadro della tela come in un boccascena” il supporto materico di onde digesto spesso infrante da profonde spaccature bendate cucite ad arte conta pazienza elavirtùdichiimparadaglierrorisuoi. (~ffrendociun saggio musicale sensibile sull’esistenza un monito a soffermarsi sul senso profondo del quotidiano leggibile proprio nelle piccole cose. Cos) come il mare ci lascia le sue conchiglie tra le dita come tesori dai fondali’ cos) l’animo umano traccia una mappa disé segnalandoci con i^suoi Nodi iframmenticalcifcati ipunticardine della vita degli incontri che distinguono il singolo in un contesto sterminato; i/ mare dell’umanità. ~ In messaggio raffinato ancora una volta generosamente diretto ad un ‘pubblico ” sensibile alprocesso causa-effetto; mimesi e conseguente Catarsi.

G. F. COMPOSTELLA

GASTONE MARIANI, BLU tecnica mista su tela cm 90 x 90

GASTONE MARIANI, BLU tecnica mista su tela cm 90 x 90

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ARTE VISIVA

BIAGIO CEPOLLARO 2008 AL DI LA' DEL BIANCO dipinto su tavola cm 100 x 70 tecnica mista

BIAGIO CEPOLLARO 2008 AL DI LA' DEL BIANCO-2 dipinto su tavola cm 100 x 70 tecnica mista

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oltre i segni dicemmo e intendevamo
un’agire silenzioso dentro il ritrovato
limite del dire: scontata l’infinita
rifrazione del senso per chi ascolta
come per accettazione euforica
di un limite ap punto che diventa
nuovo punto di partenza: il senso
è più vasto della poesia come la vita
sempre lo è di ognuno di noi

Da Biagio Cepollaro, Nel fuoco della scrittura, La Camera verde, Roma, 2008

COPRIRE, SCOPRIRE, TRASPARIRE, SPARIRE
Provenendo dalla poesia e dal digitale posso avere l’illusione di padroneggiare le parole e il puramente virtuale, o al contrario, la disillusione che dice l’inanità delle parole e la materialità dell’immateriale.
Ora vi è un oggetto davanti a me, una tavola di legno, cm 70 x 80, oppure
cm 70 x 100.Tavola che preparo con il gesso.
Provenendo dalla poesia so che l’oggetto davanti a me è un libro o una pagina,
sia pure una pagina elettronica. Pagina ora di legno e gesso,bianca. Comincio a scrivere i segni col colore, con i pastelli, li ricopro col gesso finchè traspaiano al punto giusto o con qualche altro materiale. Coprire, scoprire, trasparire, sparire.
I muri scritti della città, le pagine-pareti, le pareti su cui si stratificano tracce emozionali, i racconti ridotti a frase, la rabbia fatta graffio, graffiata.
Non i graffiti che sono discusso arredamento urbano, punto di crisi del concetto di proprietà, limite valicabile tra pubblico e privato, tra dentro e fuori in una città.
Non mi interessa da tempo ciò che è nuovo, nuovo è ogni incontro fragrante con un oggetto, con un’idea, con una persona. Non c’è nuovo, c’è la speranza di rinnovarsi, l’attualizzarsi: penso al primitivismo e all’importanza per le avanguardie storiche.
Sono questi i corto-circuiti che mi stimolano, in cui mi ritrovo, quando penso alla poesia, al primo libro della mia trilogia, a  Scribeide e alla lingua di Jacopone da Todi che viene lì riattualizzata, appunto…

B.C.

BIAGIO CEPOLLARO 2009 AL DI LA' DEL BIANCO-3 dipinto su tavola cm 100 x 70 tecnica mista

BIAGIO CEPOLLARO 2009 AL DI LA' DEL BIANCO-3 dipinto su tavola cm 100 x 70 tecnica mista

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IL FUOCO DI CEPOLLARO DALLA POESIA ALLA PITTURA

Dalla poesia alla pittura lungo la via della tecnologia digitale. Può riassumersi così la vicenda artistica del napomilanese Biagio Cepollaro, protagonista di una personale dal titolo «Nel fuoco della scrittura nello spazio Il Filo di Partenope.

Docente di storia e filosofìa, dopo anni di intenso impegno poetico, a metà degli anni ‘80, poi la stesura della trilogia «De requie et Natura» (poema sulla natura artificiale dei paesaggi metropolitani e dei molteplici linguaggi compresenti che l’attraversano), attualmente Biagio Cepollaro si concentra sulle arti visive.

da: Paola de Ciuceis, Il Mattino di Napoli, 15 gennaio 2009

VENERDI’ 9 GENNAIO 2009 ALLE ORE 18
IL FILO DI PARTENOPE
NAPOLI
INAUGURAZIONE DELLA MOSTRA DI OPERE
DI BIAGIO CEPOLLARO
“NEL FUOCO DELLA SCRITTURA”
CON LA PRESENTAZIONE DI MARIANO BAINO
BRINDISI AL 2009 CON
INCHIOSTRO D’ISPIRAZIONE
AUTENTICO ARTIST’S COCKTAIL
PREPARATO DA CESARE GAGLIARDI
CON LA RICETTA DELL’ARTISTS CLUB DI RUE PIGALLE DI PARIGI
ILFILODIPARTENOPE80138 NAPOLI VIA DELLA SAPIENZA 4
(ZONA MUSEO-COSTANTINOPOLI)TEL 081295922, 3388581875
LA MOSTRA SI CONCLUDERA’ IL 25 GENNAIO 2009

BIAGIO CEPOLLARO 2008 SPIRITO IN COSTRUZIONE-1 dipinto su tavola cm 70 x 100 tecnica mista

BIAGIO CEPOLLARO 2008 SPIRITO IN COSTRUZIONE-1 dipinto su tavola cm 70 x 100 tecnica mista

In esposizione dal 9 gennaio 2009 presso Il Filo di Partenope,

Napoli, via della Sapienza 4
(zona Museo-via Costantinopoli)
tel. 081295922 – 3388581875

BIAGIO CEPOLLARO 2008 NASCENDO-2 dipinto su tavola cm 70 x80 tecnica mista

BIAGIO CEPOLLARO 2008 NASCENDO-2 dipinto su tavola cm 70 x80 tecnica mista

BIAGIO CEPOLLARO 2008 DUE BAMBINI dipinto su tavola cm 70 x 80 tecnica mista

BIAGIO CEPOLLARO 2008 MADRE CON BAMBINO dipinto su tavola cm 70 x 80 tecnica mista

BIAGIO CEPOLLARO 2008 DUE BAMBINI dipinto du tavola cm 70 x80 tecnica mista

BIAGIO CEPOLLARO 2008 DUE BAMBINI dipinto du tavola cm 70 x80 tecnica mista

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BIAGIO CEPOLLARO 2009 ICONA-5 dipinto su cartone telato cm 40 x 30 tecnica mista

BIAGIO CEPOLLARO 2009 ICONA-5 dipinto su cartone telato cm 40 x 30 tecnica mista

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BIAGIO CEPOLLARO 2009 ICONA-6 dipinto su cartone telato cm 30 x40 tecnica mista

BIAGIO CEPOLLARO 2009 ICONA-6 dipinto su cartone telato cm 30 x40 tecnica mista

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IL FUOCO DI CEPOLLARO DALLA POESIA ALLA PITTURA

Ospite di Alberto D’Angelo e Lina Marigliano, Cepollaro lavora sull’ibridazione tra le tecnologie digitali e le tecniche pittoriche più tradizionali, elaborando lavori in cui esprime al meglio lo spirito del meraviglioso mondo creato dai due editori artigiani dove arte e letteratura viaggiano insieme spaziando, appunto, tra arte, libri e poesia.

In esposizione, introdotte da uno scritto di Mariano Baino, circa 40 di opere di varia dimensione di cui due tecniche miste su tavoletta di legno e, per il resto, tutte tele cartonate lavorate dapprima allo scanner e poi completate con interventi di pittura tradizionale. Partendo dalla rielaborazione allo scanner di immagini e oggetti preesistenti, si giunge ad un perfezionamento del lavoro con l’uso di pastelli, inchiostri, oli e l’inserimento di scritte e frasi poetiche d’uso puramente strumentale all’estetica delle composizione stesse.

Due le serie in rassegna, una, dedicata al «Tamburo di Shiva», l’altra a «I due serpenti»: la prima si riferisce al cosmo che rinasce continuamente, la seconda guarda al culto occidentale legato al caduceo di Hermes ma si riferisce pure alla bipolarità della cultura orientale nel binomio yin e yang. «Lavoro per entrambe allo stesso modo, spiega l’autore, focalizzandomi su temi archetipici come la freccia e la clessidra, su segni alchemici come quello dello zolfo, su oggetti comuni come una matassina del cotone piuttosto che una forma d’alluminio per tartine, guardo alla circolarità tra il digitale ed il manuale che per me diventano solo due differenti momenti di un solo stato, quello della materia, oggetto del mio interesse artistico».

da: Paola de Ciuceis, Il Mattino di Napoli, 15 gennaio 2009

BIAGIO CEPOLLARO e DAVIDE ROCCA 2009

BIAGIO CEPOLLARO e DAVIDE ROCCA 2009 a IL FILO DI PARTENOPE

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Nel fuoco della scrittura in mostra a Roma, La Camera verde
prima serie dei Trigrammi
Sabato 20 settembre ore 18.00
Inaugurazione della mostra di pittura
e presentazione del libro
Nel fuoco della scrittura
di Biagio Cepollaro

La mostra si può visitare fino al 17 ottobre
dalle ore 17.00 alle ore 23.00, esclusi i lunedì. Di mattina su appuntamento.
Centro Culturale
»LA CAMERA VERDE«
Via Giovanni Miani, 20, 20/a, 20/b – 00154 Roma
Cell. 340 5263877
e-mail: lacameraverde@tiscalinet.it
www.lacameraverde.com

C’è la scrittura, ci sono le ‘cose scritte’ e c’è l’atto dello scrivere, il movimento del braccio e della mano nella percezione del contatto con il supporto. E c’è un atto dello scrivere che è un vero e proprio atto sacrificale in cui la parola appena scritta è sin dall’inizio solo una traccia e uno strato della nuova (che magari è la stessa) parola scritta e così, tendenzialmente, all’infinito.
L’atto dello scrivere a questo punto è un fare strato su strato che non è cancellazione ma sedimentazione della traccia. Tale sedimentazione è già immagine e visione: quando ciò che conta non è la sua funzione informativa né quella espressiva ma il fisico esserci, il segno di un’invocazione ripetuta, di un’apertura del cuore, di una speranza.
Quando questo fisico esserci è già struttura compositiva, è già senso al di là del significato.
E’ la danza della parola che come per la danza dei dervisci gira in tondo: non è più importante il corpo che si muove, la figura della danza, ma ciò che di questo movimento resta, la scia di un abbandono estatico. E c’è in questo tipo di danza un‘intenzione cosmologica e cosmogonica, il danzatore, ad esempio, mima il moto dei pianeti muovendosi in senso antiorario sul proprio asse.
Anche l’atto dello scrivere può avere la stessa intenzione quando riporta sul piano l’organizzazione di un suono. Millenni testimoniano questa possibilità. Scrivere dimenticando per poter ancora scrivere, come si ara un terreno, nell’estenuazione dell’andare e del venire, del sorgere e del tramontare.
Quando la scrittura non è più uno strumento di comunicazione, un codice, un veicolo, quando non è neanche un segno indecifrabile decaduto ad oggetto, diventa materiale di costruzione che ai miei occhi rimanda direttamente alla relazione con il mondo. Il pensiero sulla scrittura ha sempre connesso  i diversi sistemi di codificazione alle cose da dire, raccontare, calcolare. Ma quando uno strumento viene restituito alla sua origine, quando non si proietta più nel passato remoto una mentalità economica che è invece moderna, accade di fare una strana esperienza della scrittura.
Non è vero che questa esperienza ha a che fare solo con l’autoreferenzialità del segno o alla sua concretezza. L’esperienza che ho fatto è di comunicare, attraverso questo fuoco della scrittura, con la nudità fondamentale dello stare al mondo, nudità tanto culturale quanto creaturale.
Da questo punto di vista la storia e la storicità dei segni appaiono come modalità di ricostruzione di un’esperienza collettiva possibile, solo possibile.
Ciò che la storia non ci racconta è il segreto individuale di ogni singola creatura alle prese con i suoi mostri e con le sue speranze.
Una sorta di anteriorità, di lato nascosto, di lato concavo dell’atto dello scrivere che ho la sensazione di ripercorrere facendo questi segni, questi lavori.
E’ una scrittura che spesso ha avuto per me il sapore dell’ex-voto. Anche in questo caso ciò che conta non è la pittografia del gesto di ringraziamento o di implorazione ma l’esperienza del gesto del ringraziare e dell’implorare attraverso una sorta di scrittura oggettuale…

Le nuove tecnologie ci restituiscono, attraverso la digitalizzazione, la riduzione in numero di immagine, colore, suono, parola…Ci propongono una separazione tra materiale e materia: il materiale con la sua prolissità tattile e la materia come configurazione quasi-ideale di un concetto.
Quando il processo della creazione comincia con la scansione digitale di una superficie precedentemente lavorata e disposta ad entrare nel futuro lavoro estetico, quando il processo della creazione termina con l’intervento ‘a mano’ (con tecnologie precedenti) di questa stessa superficie (ma all’origine vi può anche essere un oggetto tridimensionale), in mezzo e alla fine del processo si sono realizzate due elaborazioni compositive decisive: quella al computer e quella sulla stampata finale.
Alla fine conta il supporto, la reazione del supporto ai due tipi di intervento. Il supporto è la sintesi finale: è la materia che si è configurata a partire dal materiale ma che ha provato, per quanto ha potuto, ad evitarne le prolissità. Il numero caratterizzante il digitale qui non è più semplificazione e appiattimento, né resa alla virtualità, ma semplicemente acquisizione in dialogo di tecnologie più recenti. L’essenziale comunque non è nel materiale, forse non lo è mai stato: l’essenziale è forse qui nell’idea di materia che si riesce ad esprimere.

Biagio Cepollaro


Le due serie dei Trigrammi ora su Youtub
Immagini dal fuoco della scrittura

Il Video delle due serie dei Trigrammi.
Immagini di Biagio Cepollaro;
Ritratto di Silvia Zanrosso;
Musica di Giuseppe Cepollaro
Ideazione e realizzazione del video di Paolo Rassatti

Un ringraziamento a Paolo Rassatti per l’ideazione e la realizzazione del video dedicato alle due serie dei Trigrammi, in preparazione della mostra presso La Camera verde prevista per il 20 settembre in Via Miani, 20, Roma.
Ringrazio anche Silvia Zanrusso per il ritratto e Giuseppe Cepollaro per la musica.

B.C.

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SCULTURA

ALBERTINI e MOIOLI

ALBERTINI e MOIOLI 2008 LA MACCHINA PER FARE LE BOLLE

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LA MACCHINA PER FARE LE BOLLE
Albertini & Moioli – La macchina per fare le bolle, la circumfolgore ed altri congegni
Pavia – dal 5 aprile all’undici maggio 2008
CASTELLO VISCONTEO – MUSEI CIVICI
Macchine per fare le bolle, Lifelog Island, Second Life, 2008
Cotombrot,visione diurna, 2007

ALBERTINI e MOIOLI

ALBERTINI e MOIOLI 2007 CIRCUMFOLGORE

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ALBERTINI e MOIOLI

ALBERTINI e MOIOLI 2007 COPERTINA 04

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COPERTINA 04 2007
Le sculture create da Albertini e Moioli nel 2007/2008. Sono sculture illuminate da LED RGB a variazione luminosa.

ALBERTINI e MOIOLI

ALBERTINI e MOIOLI 2007 SCULTURA AMBIENTALE 245

SCULTURE AMBIENTALE 245  2007
L’ interesse per la terza dimensione intesa in modo fisico e tangibile si è evoluto verso la progettualità e il rapporto della scultura con lo spazio architettonico e urbano per arrivare alla scultura interattiva virtuale.
Fra le recenti attività: la personale nella sede del Castello Visconteo di Pavia, quella a Spaziotemporaneo a Milano, quella alla Baoqu Tang Modern Art Gallery, Hong Kong e la partecipazione al SIPA 2006 al Seoul Arts Center / Hangaram Art Museum, Seoul; la collocazione di tre monumentali sculture virtuali interattive nella Lifelog Island in Second Life e l’ intervento alla prima conferenza “La terza dimensione: arte contemporanea, mondi virtuali e social network” tenutasi alla Sala Conferenze dei Musei Civici di Pavia.Silvana Editoriale ha recentemente pubblicato la monografia “Albertini e Moioli, La macchina per fare le bolle, la circumfolgore e altri congegni” a cura di Paolo Campiglio

ALBERTINI e MOIOLI

ALBERTINI e MOIOLI 1999 SEDIE LABILI ferro e schiume morbide colorate, con cuscini intercambiabili

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ALBERTINI e MOIOLI

ALBERTINI e MOIOLI 2000 IL TE' DEL CAPPELLAIO MATTO

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IL TE’ DEL CAPPELLAIO MATTO 2000
tavolino da tè in alluminio con vassoio in schiume morbide colorate, portaoggetti in
resina rigida e servizio da tè in terracotta maiolicata cm 81 x 86 x 94 h
misurato senza oggetti.

ALBERTINI e MOIOLI

ALBERTINI e MOIOLI 2000 CONSERVA: CITRIOLI resina trasparente e schiuma morbida cm 33 x 32 x 25 h

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CLONAZIONI e AMBIGUITA’

ALBERTINI e MOIOLI

ALBERTINI e MOIOLI 1994 L'ORDINE DELLE COSE-ABITAT PER CREATURA ECCENTRICHE terracotta cm 162 x 195 x 40 (20 elementi di varie misure)

STRUTTURE LABILI
Sono composte da sculture realizzate separatamente ma progettate per stare
insieme: ognuno di noi due realizza il suo manufatto senza l’intervento dell’altro;
gli elementi vengono poi uniti in una scultura/installazione nella quale i significati delle singole opere si amplificano e si completano a vicenda.
La fase progettuale è costantemente eseguita a quattro mani e coinvolge idee e
contenuti diversi in un unico discorso che si frammenta in innumerevoli sfaccettature e che costituisce un progetto continuo ed in continua metamorfosi.

ALBERTINI e MOIOLI

ALBERTINI e MOIOLI 1994 terracotta e cemento cm 160 x 600 x 1000

OCEANI CARTESIANI
Nascono come sculture di grandi dimensioni dalla realizzazione di un’opera a
quattro mani voluta e incoraggiata da Rossana Bossaglia e Giulio Bargellini per
il parco della scultura dell’African Dream Villag a Malindi.
Si sviluppano contemporaneamente come installazioni in stretto rapporta con
l’ambiente interno.
L’oceano – in questo caso verticale – idea di estrema profondità e di incontenibile espansione, abisso blu cobalto, si contrappone ad una struttura geometrica,
di una imprecisa razionalità, che cerca in qualche modo di arginarlo,
delimitando al contempo lo spazio circostante.

ALBERTINI e MOIOLI

Stefania ALBERTINI e Giampiero MOIOLI, Giulio e Giovanni

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STEFANIA ALBERTNI nasce a Tortona
Si laurea in scultura all’ Accademia di Belle Arti di Brera a Milano nel 1987.
Insegna Scultura dal 1991 all’ Accademia di Belle Arti di Brera a Milano.

GIANPIERO MOIOLI nasce a Monza
Si laurea in scultura all’ Accademia di Belle Arti di Brera a Milano nel 1987
e in Architettura al Politecnico di Milano nel 1995.
Insegna scultura all’ Accademia di Belle Arti di Brera a Milano.
E’ iscritto all’ Albo professionale degli Architetti, Paesaggisti e Conservatori della Provincia di Monza e Brianza.


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SCULTURA

TERUKO NATSUHRA

TERUKO NATSUHRA 2006 personale "A PASSAGE TO ITALY" Milano (Italia)

OSAMITSU KADOTA

OSAMITSU KADOTA 2006 personale "A PASSAGE TO ITALY" Milano (Italia)

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TERUKO NATSUHRA e OSAMITSU KADOTA
Sono scultrici giapponesi che hanno avuto varie esperienze espositive in Europa.
Presentando alla Galleria Aunkan di Barcellona in Spagna, esponendo alla
Galleria Schubert di Milano e allo Spazio Arte Battaglia di Albissola Marina,
prima della personale “A passage to Italy” allo Studio La Cadrega di Milano.



VIDEO “A PASSAGE TO ITALY”
Parte dell’oriente, diretta alla Penisola Iberica, passando per l’Italia
Presso lo Studio La Cadrega di Milano.
La proposta di due mostre personali degli artisti giapponesi Osamitsu Kadota e
Teruko Natsuhara, e di una collettiva di maestri internazionali che oltre ai  due artisti
già citati comprende Stefania Albertini e Giampiero Moioli (Italia)
Fumio Itai (Giappone) Gastone Mariani (Italia)
Paul Santoleri (USA) Elena Sellerio (Argentina)

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/PITTURA, SCULTURA e INSTALLAZIONI

FUMO ITAI ritratto

FUMO ITAI ritratto

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FUMIO ITAI nasce a Iota (Giappone) nel 1949, trasferito in Europa,
negli anni ’80 vive a Milano (Italia) dove si
diploma presso l’Accademia di Belle Arti di Brera.
Presenta le proprie opera di pittura, scultura e d’installazione,
interviene a molteplici mostre e in esposizioni artistiche.
Partecipa all’iniziativa della Galleria Aunkan di
Barcellona (Spagna) e Osaka (Giappone).
Ora è in Giappone dove continua il suo lavoro d’artista.

FUMIO ITAI

FUMIO ITAI acrilico su carta

FUMIO ITAI

FUMIO ITAI acrilica su carta

FUMIO ITAI

FUMIO ITAI 3003 acrilica su tela cm 70 x 100

FUMIO ITAI

FUMIO ITAI 2002 acrilica su carta

FUMIO ITAI

FUMIO ITAI 2003 acrilico su tela cm 100 x 70

FUMIO ITAI

FUMIO ITAI 2003 acrilico su tela cm 100 x 70

FUMIO ITAI

FUMIO ITAI 2004 acrilico su tela cm 30 x 50

FUMIO ITAI

FUMIO ITAI 2004 acrilica su tela cm 100 x 70

FUMIO ITAI

FUMIO ITAI 2006 acrilico su tela cm 70 x 100

FUMIO ITAI

FUMIO ITAI 2006 acrilico su carta

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Le opere pubblicate sono state realizzate tra gli anni 1998 e il 2006.

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FUMIO ITAI INSTALLAZIONE

FUMIO ITAI

FUMIO ITAI 2004 installazione GALLERIA AUNKAN Barcellona (Spagna)

FUMIO ITAI

FUMIO ITAI 2004 installazione GALLERIA AUNKAN Barcellona (Spagna)

FUMIO ITAI

FUMIO ITAI 2005 installazione QUINTO CORTILE Milano (Italia)

FUMIO ITAI

FUMIO ITAI 2006 installazione CIRCOLO DEGLI ARTISTI Albissola Marina (SV) Italia

FUMIO TAI

FUMIO TAI 2005 installazione GALLERIA AUNKAN Barcellona (Spagna)

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Le installazione sono realizzate come strutture labili, ma per
stare insieme con  gli spazi espositivi.

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FUMIO ITAI SCULTURA


FUMIO ITAI

FUMIO ITAI 2004 ferro, vetro e terracotta

FUMIO ITAI

FUMIO ITAI 2005 bronzo

FUMIO ITAI

FUMIO ITAI 2005 bronzo

FUMIO ITAI

FUMIO ITAI 2006 terracot

Lo scultore giapponese Fumio Itai porta avanti un tracciato di ricerca che sorge
da una percezione interiore del paesaggio. L’artista coglie dalla natura
il manifestarsi di un accadere che si deposita in segni e frammenti.
Inizialmente li traspone nel solco della tradizione della scultura,
da cui elimina in seguito ogni accenno naturalistico o figurativo ancora
presente nei premi lavori, per dare vita a composizioni rarefatte in cui
pochi elementi enucleano lo sviluppo di una narrazione.
Quindi dalla metà degli anni ’80, passa a riprodurre direttamente,
in bronzo o in terracotta, il frammento naturale.
Comincia così un itinerario interno alla scultura che approda in fine
nell’installazione e nel recupero di reperti naturali con interventi,
realizzati con sassi di fiume, tralci di vite, lastre di vetro inserti metallici in
acciaio o in ottone, che coinvolgono l’intera dimensione dell’ambiente.
Alcuni degli allestimenti che l’artista ha presentato in questi anni, in diversi casi
organizzando performance per il pubblico, creando composizioni di linee e
di piani articolati dagli stessi elementi inseriti all’interno dello spazio con
valenze  grafiche e liriche nella percezione dell’opera.

Giovanni Schiavo Campo

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INSTALLAZIONI

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LAND ART, SULLE TRACCE DEL SILENZIO 1999

Con il gruppo” Arte in Quota” promosso dal signor Lionello Torriani
al LAGO D’EMET sul pendio della montagna, una striscia di carta bianca,
dove ho versato il colore azzurro, rosso e verde.

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LAND ART, DOPO I GIORNI DELLA MERLA 2000

Palloncini rossi in equilibrio su fragili canne di banboo
con altrettanti specchi tondi di varia misura,
poggiati sul “candido foglio di ghiaccio”
del WHITE TURF 2000, a St. Moritz (Svizzera).

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LAND ART, SHANGHAI 2001

A EMET un tappeto di cotone, bianco latte, con
bacchette colorate e annerite all’estremità con il fuoco.
Una linea orizzontale, un’idea di confine senza vincolo.

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LAND ART, CASSANDRA 2002

Vele ad EMET, a quota 2500 s.m. presso il Rifugio Bertacchi del C.A.I.
sul Passo dello Spluga, Sondrio (Italia). Gestito da i Signori, Sandro Fulghieri e
Pina Rosina con la compagnia dei giovani figli Antonio e Maria.
Dove la cucina offre piatti tipici quali, formaggi e salumi della Valtellina, pizzoccheri,
polenta taragna, gesnetzelters, dolci e torte sono fatti dalla signora Pina.

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LAND ART, GUERRE 2003

Presentata, alle giornate per l’arte e la natura, promosse dal FAI
nel Parco di villa Ravizza di Arcore, Milano (Italia).

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FARE O DISFARE VENIR MUTANDO 2002

L’installazione a parete di “fare o disfare venir mutando” è un gesto d’affetto a
mio padre, che negli anni 50’ raccolse sulle montagne del Friuli le stelle alpine,
adoperate nel realizzare l’opera, composta da 20 tavole di 35 x 45 cm.
Prende spunto dall’amicizia di Biagio Cepollaro e la lettura
dal suo poema “Luna Persciente”  Ed. C. Mancuso Roma 1993.

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INFERNO e PASSIONE 2002 BASILICA DI SAN CELSO MILANO

Installazione e performance, un telone bianco copre il pianoforte e il musicista Christopher Pisk che esegue la composizione Inferno e Passione Op. 6. Insieme sono proiettate in dissolvenza, immagini di natura e dipinti a tema religioso.

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AMLETO 2004 TEATRO ASTERIA MILANO

Amleto (Hamlet alone) e i fiori di Ofelia, dall’Amleto di Shakespeare, regia di Virgilio Patarini, aiuto regia: Valentina Carrera, con Nicola Ciammarughi (Amleto) e Antonella Vercesi (Ofelia), musiche di Fabrizio Banchellini e Christopher Pisk eseguite dal vivo, proiezioni di Paolo Rassatti.

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SCULTURA

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SCUDO 2005

Scudo in gres e metallo decorato con ossidi cottuta Raku                 riduzione pilotata cm 55 x 55

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PIASTRA 2005

Scultura in gres decorata con ossidi cottura Raku con riduzione pilotata cm 50 x 50

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PIASTRA 2003

Scultura in gres decorata con manganese monocottura e rifinitura a cera cm 45 x 50

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GRAFICA

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DISEGNO INFANTILE 1987

Il disegno infantile è suggerito dal sentimento per il periodo dell’infanzia,
acrilico su cartoncino cm 40 x 50

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NOTA AUTOBIOGRAFICA

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Sono nato a San Daniele del Friuli, parte dell’infanzia e dell’adolescenza la trascorro
quasi straniero in un collegio religioso a Venezia. Avevo con me i luoghi dei miei
genitori dove loro raccoglievano i fiori della montagna per fare le cartoline
da vendere. Invece nel 1966 con la famiglia mi sono trovato a Milano,
città  abitata da edifici e persone con il valore del lavoro e il denaro guadagnato.
I film dei cowboy a me non piacciono, cosa fare, mio papà m’instrada al mestiere
di taxista, irrequieto, frequento come studente serale la “Scuola del libro” con
l’ottimo maestro Albe Steiner e nel 1979 conseguo il diploma di grafico.
Consapevole che gli ultimi non saranno i primi, aggiungo i lavori del modellista
di pelletteria, grafico in agenzia di marketing e pubblicità e come educatore per
disabili nella scuola superiore.
Perplesso per una devota seduzione al passato, passo all’arte perché sembra,
che l’arte è tutto ciò che desideriamo chiamare con questo nome.
Così negli anni 1983 al 87’ sono tra i promotori di “Ricerche periferiche” rassegna
di grafica, fumetto e video, nel 1999 sono con il gruppo “Arte in quota” e
le installazioni di Lan art. Partecipo alla produzione teatrale di “Apollo e Dioniso” per
le scene di “Antigone”  e“Cassandra” e con “Amleto” nelle stagioni 2002, 03’ e 04’
alla Basilica di San Celso Milano. Nel 2005 si aggiunge la collaborazione con
La Galleria Mirò e nel 06’ Lo studio la Cadrei, luoghi espositivi di Milano.
Non sono arrivato al centro e il sogno collettivo mi appartiene.
Si dice che il viaggio sia l’occasione per dimenticare un amore mancato ,
a volte ho viaggiato in luna di miele con le donne, per il desiderio dall’alterità.

Paolo Rassatti

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