PITTURA

GASTONE MARIANI, CHIODI tecnica mista su tela cm 35 x 25
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LUISA SOMAINI, INQUADRATURE
Otto chiodi antichi di ferro arrugginito, battuti a mano, estratti da una vecchia trave e legati con lo spago a un pezzo rettangolare di tela grossa, quella del corredo delle spose di una volta, dai bordi delicatamente sfrangiati e ingiallito dall’uso. Sopra questa severa, dolente tastiera in bianco e nero, in cui forse si avverte il ricordo della casa avita giù al paese, una toppa di canapa e carta velina nasconde in parte il taglio della tela, fermato con tre grandi punti lasciati a vista. Una frattura ricomposta, uno strappo cucito in fretta e via. C’è tutto questo in un piccolo quadro, uno dei tanti che Mariani ama attrezzare per raccontare, nello spazio ridotto di una sola inquadratura, lo scorrere dei giorni e dei propri pensieri. Certamente uno dei piu eloquenti e paradigmatici di tutta la serie di queste Improvvise mareggiate, costituita da un insieme di lavori che l’artista ama definire “fondali rovesciati”, con riferimento al loro carattere di aleatorietà, dovuta soprattutto all’assemblaggio e alla semplice imbastitura degli elementi. Serie divenuta tanto ampia nel corso del tempo da assumere il valore significativo di un vero e proprio componimento in sequenza, costituito da tele che sono ad un tempo appunti di mestiere e pagine della memoria.Scenografo teatrale e televisivo, Mariani sembra attenersi nella realizzazione di queste opere a una sorta di coazione a preparare ogni volta un fondale diverso per una sola ed unica pièce, basata su materiale autobiografico, con le varianti dettate dalle diverse occasioni creative ed esistenziali, che ruotano però attorno a un tema centrale, piu o meno esplicitato, quello della ferita e della sua medicazione, formalizzato anche attraverso una rilettura tecnica della fenomenologia dei tagli e dei buchi dei “concetti spaziali” di Fontana. Tema cui fa da significativo contrappunto, la necessità di dare una precisa indicazione numerica che permette di ottenere una piu serrata e ritmica composizione della tela e che offre un ulteriore spunto interpretativo. Volta a volta composta da segni a bastoncino, tracciati come aste nella pittura, altrimenti ottenuta con l’applicazione di vistosi punti di sutura, con l’ordinata foratura della tela, con la scrittura di numeri arabi o con l’inserimento di elementi estranei, fortemente evocativi, come appunto i chiodi settecenteschi, di cui si è detto.

GASTONE MARIANI, AL DI LA’ DEL MARE tecnica mista su tela cm 90 x 90
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MARTINA CORGNATI, IL RACCOGLITORE DI ONDE
Gastone Mariani sembra ambire a presentarsi come un collezionista di immagini, oggetti in qualche misura trovati, raccolti e selezionati alla stessa stregua di quanto potrebbe fare un cacciatore di farfalle esotiche, un raccoglitore di monete, di reperti archeologici, di qualunque categoria dì cose. Sono forme portate dal mare, gettate dalle onde, ritrovate amorevolmente su una spiaggia che, appunto in quanto potrebbe essere l’ultima, è certamente un luogo da tenere d’occhio. Ma non è tutto: per quanto Gastone Mariani si compiaccia, almeno un poco, di insistere sulla propria posizione di semplice, attento destinatario di tesori donati dalle onde, di fatto ne è pienamente l’artefice. Come insegna Breton, le cose tutte le cose che abbiamo ci sono destinate. O noi siamo destinati alle cose. Per onorare questa circostanza, Mariani compone intorno ai suoi tesori piccoli assemblaggi pieni di discrezione e di misura, accordando un particolare all’altro con la cura disinvolta ma impeccabile di un musicista che mette a punto il suo strumento prima del concerto. Un lavoro di forme e di toni, di improvvise insistenze e di corrispondenti sospensioni che costruiscono armonie particolari, ciascuna autonoma e godibile come unità in se, ma contemporaneamente intrecciata nell’intimo al contesto, a quel tempo lineare scandito da punti, da istanti colorati, rispetto a cui ogni immagine già contiene e prevede un’altra immagine, un prima e un dopo.Si tratta allora di una specie di diario, di sequenza poetica – se è ancora legittimo servirsi di un termine tanto abusato e generico – con cui l’artista accompagna le proprie ricerche, le proprie giornate, ma anche l’insieme (un insieme che non va mai perso di vista) ha una pregnanza e un’ambizione davvero sinfonica, si dispiega intorno allo sguardo come una grande scenografia ricomposta da un’infinità di frammenti che ci attraggono insieme in forza della propria differenza, episodicità ma soprattutto della propria profonda coerenza. Per questo, nel caso di Mariani, è ancora lecito, anzi è necessario, spendere la parola progetto. In questo tempo di consumi brucianti, di irregolarità linguistiche elevate a sistema, senza effondersi in dichiarazioni programmatiche che un artista di poche parole rende evidente che una ricerca come questa, una dimensione espressiva come questa esiste ancora, è ancora accessibile. Con l’aiuto delle onde. E la pazienza per starle a guardare.

GASTONE MARIANI, RICORDO tecnica mista su tela cm 35 x 25
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LAURA LOMBARDI, FRAMMENTI DI MEMORIA
Frammenti di memorie, con questo nome sono presentate le opere che Gastone Mariani ha concepito nell’ultimo decennio, dopo anni di assoluta dedizione alla scenografia. Frammenti dunque, tracce minime ma eloquenti, vocaboli essenziali che racchiudono, nel loro contenuto lirismo, una forza evocativa ed una levità inconsueta quale frutto di un rigoroso filtro emotivo, di scelte operate nel groviglio dei ricordi.
Non che le scorie dell’esistenza siano cancellate in nome di una purezza priva di palpiti, poiché resta ben presente la materia, raffinata e scabra ad un tempo: pieghe create a formare archi, segni graffiati, appunti di una scrittura interiore, che talvolta si carica anche di accenti più sostenuti, nell’immissione di corde annodate, di chiodi, di piccoli legni consunti che introducono toni più austeri in una cromia sottilmente ridotta al biancore della tela e a qualche tocco di azzurro. E poiché – notava Roland Barthes – “ogni opera d’arte è filiale”, i lavori di Mariani hanno le loro radici
nella stagione dell’informale, ma, pur nel diverso intento espressivo, sembrano anche evocare gli Achromes di Manzoni, “tavole di bellezza ricordante”, come le definiva Vincenzo Agnetti in un celebre scritto. Infine, forse inconsapevolmente, I’anima di
scenografo riaffiora nell’imporre agli elementi un ordine ed un’intima coerenza fino a dar vita ad oggetti preziosi nella loro voluta povertà. Un “teatro della memoria” dunque, il luogo nel quale gli uomini del Cinquecento indicavano possibile il salto verso una forma di conoscenza ulteriore. Nello sconcerto dell’oggi, quando le certezze sono infrante, al teatro della memoria non resterà che la misura parca del frammento, divenuto ormai da due secoli l’unica espressione concessa all’uomo; della passata compiutezza quel teatro serberà tuttavia la pregnanza e la forza offerte proprio dalla sua leggerezza: quella leggerezza che Italo Calvino indicava quale viatico al nuovo millennio.

GASTONE MARIANI, OMBRA tecnica mista su tela cm 90 x 90
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LEA MATTARELLA, REPERTI
Ci sono artisti che amano misurarsi coi grandi interrogativi. Da dove veniamo, chi siamo, dove andiamo? si chiedeva Gauguin nel 1897. La sua risposta se l’era andata a cercare dall’altra parte del mondo. A domande così importanti si risponde con scelte altrettanto significative. E’ un modo eroico, estremamente romantico e totalizzante di intendere l’arte e la vita. Cercare una specie di verità, un concetto da ribadire attraverso un’opera magniloquente, che abbia come punto di partenza i massimi sistemi, è stato poi uno dei leit-motiv dell’espressività del XX secolo. Artisti, pur eccellenti, che si sono messi in sintonia con quelle vastità, talvolta hanno pagato un prezzo alla retorica.Esistono anche pittori e scultori che prendono spunti e suggestioni esattamente dal contrario, da qualcosa che hanno sempre sotto gli occhi, apparentemente banale, intimo, quotidiano. Le loro opere sembrano nascere sotto la protezione di un “dio delle piccole cose”. Morandi ne è forse l’esempio più celebre.Guardando i lavori realizzati negli ultimi anni da Gastone Mariani è evidente che la loro collocazione è tra le offerte tributate al nostro dio dell’oggetto quotidiano. Mariani costruisce le sue opere con frammenti: spaghi pezzi di cartone, lacerti di antiche lenzuola di lino, ferri, garze, un vecchio strofinaccio, il tovagliolo superstite di una tavola imbandita chissà quanto tempo fa, la serratura di una porta che non c’è più… Dà un ritmo essenziale e orientale, tipo haiku visivo o spartito musicale a queste “memorie” ritrovate nella sua soffitta gozzaniana. Il mondo poetico che emana è una sorta di diario segreto per immagini: piccoli segni, tracce, graffi, ferite, materie accidentate e vissute, orizzonti, spazi che si trasformano sotto i nostri occhi e soprattutto che evocano minimi universi intimi. Vogliono farci vedere con occhi nuovi ciò che conosciamo, o che fino ad oggi credevamo di conoscere. Ci restituiscono un sapore familiare che mette in moto l’immaginazione, il ricordo. Il fatto che questo sia un racconto da leggere in tutte le sue pagine, come se si sfogliasse, lo suggerisce anche il modo di procedere dell’autore che lavora per serie di superfici delle stesse dimensioni. Come se si trattasse di fogli di uno stesse quaderno. Ritrovato dove qualcuno lo aveva perduto.Per Mariani la madeleine proustiana e un pezzo di ferro che ha forgiato fino a renderlo curvo, fino a fargli assumere una linea morbida, quasi volesse somigliare ad una pennellata data velocemente sulla tela. Anche questa però possiede una sua verità, diversa da quello che potrebbe apparire al primo sguardo. Il ferro proietta un’ombra ed è quella ad attrarre lo sguardo, perché è come se chi guarda capisse che è 11 che è avvenuta la trasformazione dell’oggetto in altro.Il punto è proprio questo. E credo sia una delle cose più strane e più affascinanti dell’espressione artistica. Esistono oggetti parole, suoni materie. Sono sotto i nostri occhi. Noi li guardiamo e ascoltiamo distrattamente. Poi arriva qualcuno che sa fare di questo “lessico familiare” un’opera, un racconto, una melodia. Ed e come se mettesse ordine, creasse nuova armonia. Mariani fa questo con i suoi reperti che provengono da un mondo dimenticato. E’ così che finiscono per appartenere un po’ anche a noi.

GASTONE MARIANI, PICCOLE FERITE SULLA PELLE DELLA PITTURA tecnica mista su tela
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FRANCESCA ALFANO MIGLIETTI, … PICCOLE FERITE SULLA PELLE DELLA PITTURA
Gastone Mariani è autore di una pittura materica sedimentata per strati che ingloba una serie di “corpi estranei” come placche di ferro, piccoli oggetti, lettere, parole, frammenti di materiale aliene alla pittura che rendono le superfici dense di storia e memoria. Colori brillanti e puliti, superfici sabbiose ed eleganti. Mariani sembra voler rendere alla materia pittorica la sorte della natura contemporanea, superfici non più pure ma piene di frammenti della civiltà, la civiltà con i suoi residui ormai incastonati sulla superficie terrestre. Superfici che divengono spazi siderali e cosmici in cui sembra avvenuta la dissoluzione della materia che contiene ancora frammenti dello sperpero della civiltà industriale, e spazi pittorici che divengono superfici pronte a ricevere di tutto. Il percorso di Mariani è costituito da suggestive di opere che si inseriscono in un dialogo particolare con la materia più intima della trama stessa della tela che diviene una sorta della pelle su cui appaiono, come nebulotiche memorie, i gesti infantili del cucirsi la pelle delle mani… quei giochi solitari in cui ci si incantava vedere la punta dell’ago nella pelle spessa del palmo della mano, nel sentire il filo sottile attraversare la pelle…senza dolore ma con l’eccitazione della scoperta del sentire il proprio corpo come una parte di se da scoprire in silenzio, di nascosto. Mariani cosparge le sue tele di frammenti di materiali…piccoli sassi, legnetti, chiavi…piccole strutture apparentemente semplici nella loro purezza formale, cariche tuttavia d’innumerevoli riferimenti culturali, simbolici, antropologici. Superfici precedentemente trattate, tagliate, ricucite, bucate, macchiate, incollate, sfilacciate… Una unità di senso che nasce dalla potente sintesi tra le possibilità espressive della materia e il significato iscritto nel simbolismo delle forme. Un uso delicato e curioso della materia, quella di Mariani, frammenti che ci appaiono come rivelazioni, apparizioni che emergono da un mondo lontano, come dai tempi e dagli spazi della propria preistoria per comunicare un messaggio che si rivela quanto di più profondo si cela nella propria vita interiore. Le opere di Gastone Mariani creano delle partiture di senso…un gioco sottile tra lo sguardo al paesaggio, I’idea del frammento del viaggio, il recupero di oggetti di affezione, i riferimenti all’arte… Le sue opere suggeriscono l’influenza degli oggetti e degli scarti nella fabbricazione dell’immaginario individuale all’interno delle strutture del pensiero, il potere evocativo di una carta, di un chiodo, di un sasso, che nel momento in cui vengono scelti perdono parte della loro materialità per divenire il frammento di un ricordo, il pensiero di un luogo, lo scorcio di una relazione. Per Mariani l’alternativa ad un quotidiano che cannibalizza tutto è l’emozione. Le superfici di Mariani sono utilizzate come schermo, come uno specchio in cui le materie e i frammenti suggeriscono a chi le guarda la necessità di una propria proiezione… di una riserva di emozione che nel corso del tempo, di volta in volta, si sono mescolate alla vita quotidiana: allora quel piccolo sasso ci ricorda il nostro, personale, piccolo sasso…un attentato alla nostra integrità di spettatori ed una immersione in un universo fatto di sensazioni, sfere emozionali, rapporti interpersonali e diari di viaggio. E cos^l queste piccole tele diventano un condensato di rappresentazioni di ricordi personali e di corpi, divengono delle vere e proprie “macchine per la costruzione di sguardi, una sorta di stimolatore di sensazioni, un simulatore di esistenza-avventure, divengono la necessità della poesia della vita ordinaria…un leggero filo di luce nella ferita del quotidiano.

GASTONE MARIANI, ORIZZONTE tecnica mista su tela cm 90 x 90
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PATRIZIA SERRA, BIANCO
Il bianco in tutte le sue sfumature domina il comporsi delle sequenze.
Come secche annotazioni, queste pagine si animano di segni, raccolgono materiali “minimi” sintomatici ed intimi, riconosciuti o forse ritrovati, nella piattezza della quotidianità. Ed ogni piccola cosa si aggiunge al mondo segreto dove, al contrario che nella realtà, tutto ha un senso profondo ed una ragione. Una complessa memoria …forse dell’infanzia o forse di quel desiderio che si sente di freschezza, quel bisogno di stupirsi, quella capacità di incantarsi che ci conduce verso noi stessi.Nascono da delle sensazioni i ricordi? A volte, ma quell’istante, che fa scattare il meccanismo, che I costruisce, è particolare: ci tira indietro, d’un tratto, Cl rimette sulla pista di noi stessi; un lieve frammento di grande intensità, da conservare. Così si formano delicatamente i segni di un vissuto, conservati su tavole ferme, in cui lo spazio si arma di musicalità, proponendo il variare e lo sciogliersi il comporsi e lo scomporsi di pochi semplici elementi, che si aggregano nel bianco che accoglie il colore quando è vissuto come elemento, e la parola quando è la semplice traccia di pensieri. Nelle grandi tavole si evidenzia il bisogno di scoprire e di esaltare un vuoto che come il silenzio sottolinea il minimo vibrare.

GASTONE MARIANI, VOLO tecnica mista su tela cm 90 x 90
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RAFFAELLA PULEJO, RICORDARE
È capitato a molti. Alcuni l’hanno covato come sogno, altri l’hanno coltivato nel tempo come un progetto, altri ancora ne sono stati aggrediti quasi alle spalle: la necessità di scrivere il racconto della propria storia, di immergersi nel proprio passato, fino all’infanzia, e attingere dalle immagini della memoria i “quadri” della propria vita interiore. Questa scrittura non è una cronaca, ma un vero racconto, perché in esso riaggiustiamo la forma delle cose. Le linee formano contorni un po’ diversi, intoniamo in do maggiore o in la minore certi eventi, cancelliamo alcuni fatti per concentrarci sui dettagli, riscriviamo le nostre battute, anche quelle che non avevamo detto, o nemmeno pensato. Quel che chiamiamo”scavo della memoria’, oppure “ricordare” si traforma nella costruzione di qualcosa di nuovo.Talvolta il racconto germoglia dall’incontro fortuito con un oggetto insignificante, muto per chiunque e colmo di evocazioni solo per l’autore, magari un vecchio bottone, come quelli che compaiono in alcune tele di Gastone Mariani. Mi ha raccontato che è andata grosso modo Con, una sera di inquietudine senza motivo: la necessità di scrivere si è affacciata. Non ha preso la penna in mano ma una piccola tela, un oggetto maneggevole come un foglio, che potesse stare su un tavolo come un quaderno, o meglio, come un diario. E ha iniziato a scrivere. Ogni tela contiene un nucleo narrativo autobiografico, un oggetto o un segno emerso dai ricordi, intorno a quale si dipana la scrittura. La tela bianca diventa I^c scena della memoria. In essa si inscrivono segni materiali eterogenei: un tovagliolo ricamato a foderare la superficie candida della tela, inserti di ferro ricurv che proiettano sulla superficie ombre che sembrano filò di arcate, bottoni che interrompono il piano, nodi d corde che increspano la tela, tagli che scavano sottil lame nere oltre il chiarore della superficie. Con il procedere degli anni i lavori si espandono in grandezza, accolgono la stesura del colore, gli aneddoti si diluiscono in una forma più pittorica e rarefatta. Come se il coraggio della pittura fosse cresciuto e il bisogno della scrittura abbia accolto l’astrazione delle immagini. Ognuno di questi gesti, segni, procedimenti deriva dal linguaggio dell’arte contemporanea, ma non credo sia importante rintracciare le citazioni del vocabolario artistico recente, più familiare del pane quotidiano a chi come Mariani vive dentro l’accademia di Brera in mezzo agli artisti. Per lui il linguaggio della pittura è il modo di sentire e di pensare, la pittura è il tono della ricerca e della narrazione personale, è la lingua che permette di tradurre gli eventi intimi in poesia. Italo Calvino ha scritto che l’opera d’arte inizia dove finisce l’autobiografia, laddove le figure e gli episodi della propria storia si riassorbono in una forma “altra” in cui si diluisce la riconoscibilità di colui che racconta. È a questo processo che ci avvicina la pittura di Mariani, comunicandoci la poesia e lo struggimento del ricordo.

GASTONE MARIANI, PENTAGRAMMA tecnica mista su tela cm 90 x 90
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CARMELO STRANO, RITMI POLIFONOCI
I dipinti di Gastone Mariani nascono in un laboratorio attrezzato con materie e oggetti banali della vita quotidiana, come cartone, filo, spago (talora risolto in nodi), buchi, tagli, filo di cotone o di metallo, pezzi di legno. Il tutto, ovviamente, quale preludio ad una poetica dell”‘oggetto trovato”. Mariani affida alle sue tensioni formali una “comunicazione implicita” con tenue fondamento simbolico, certamente più soggettivo che oggettivo. Dunque, presenza, anche, di un personale laboratorio letterario che meriterebbe ben altra occasione che quella di una testimonianza per una precisa indagine. Il laboratorio formale di Mariani parte da una condizione (materiali e stilemi disponibili) eclettica e citazionistica (anche particolari “tagli” e sbuchi”) ma determina situazioni sincretiche: in ogni dipinto si produce la fusione di tutti gli elementi concorrenti. Mariani insomma si collega alla lunga tradizione dell’esito unitario. Sì, sono dipinti. Infatti anche le materie volumetriche tendono ad un ruolo bidimensionale mascherando la loro incidenza nello spazio reale. L’artista lavora di cromatismo, spesso su un esteso monocromo bianco (campitura, fondale). Sembra che lo scenografo voglia trovare nell’arte una compensazione al consumatissimo esercizio di scena, proscenio, praticabili e piattaforme girevoli: la ricerca di una zona espressiva più riservata e più intima dove dar luogo alla vibrazione implosiva anziché all’espansione. A ciò contribuisce talvolta l’inserto di campiture tonali monocrome. Né questa tendenziale bidimensionalità è contraddetta dalle increspature ed estroflessioni euritmiche date dal cartone. Dal suo foglio-fondale Mariani fa un pentagramma multiplo su cui scrive ritmi senza indicazioni di “tempo in chiave”: è nel ritmo polifonico la sua forza.

GASTONE MARIANI, PAGINE tecnica mista su tela cm 25 x 35
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TOMMASO TRINI, TREMATURGIA
Certe superfici pittoriche, che direi minimali e schive all’apparenza, poi mi sorprendono per la loro intrinseca complessità. Siano tele o quinte, schermi o pareti, esse avvolgono in trame sottili i loro riguardanti. E’ il caso delle superfici ricettive di Gastone Mariani, modulate fra luce e ombra: simili a vele spinte dalla percezione. La loro pittura non è un cargo alla fonda. Non si finirebbe mai di riflettere sulla realtà e la virtualità della superficie, questo confine. A sconvolgerne i limiti sempre all’erta ha contribuito anche l’evoluzione dei rapporti fra scena e spettatori. Il dipingere è più performativo, da quando il teatro rivoluziona le sue interfacce. Certo, le superfici sono il luogo per eccellenza infinito dei corsi e ricorsi millenari dell’arte. Cosi che le tele di Mariani, costruite su trame di vuoti e pieni, qui disarticolate e là traforate, dipinte poco o punto, possono risalire verosimilmente al retroterra (o mare aperto) di collage e assemblaggi modernisti, che hanno ventilato sequele di buchi, tagli, cretti, torsioni, cotoni, pulviscoli, tali da trasformare lo spazio bidimensionale in oggetti fratti e in eventi temporali. Se sufficientemente espansa, la superficie è anche il luogo senza fine delle relazioni in atto a teatro e nei media. Un divisorio, una linea di demarcazione, uno schermo, non mancano mai laddove c’è spettacolo. Le avanguardie teatrali e la tecnologia hanno modificato i dispositivi scenici, liberalizzandoli in parte, per quanto attiene alla loro tradizione; ma poco cambia, se non muta il registro stesso delle percezioni nei sensi e nella mente dello spettatore partecipe. A questo mutamento contribuisce d’altra parte l’esperienza visiva e plastica, che ha posto in atto espansioni come l’installazione, I’opera ambientale, e ha messo in scena la mostra in se. Per questa via, Mariani è un artista cui bastano i limiti della pittura e i confini di una mostra per inscenare i sensi nel loro tramarsi sul mondo – senza fare teatro, di cui pure è un esperto. Quale mutamento? Uno per tutti, per cominciare: percepire il pieno senza volerlo svuotare. Altri dicono, se psicologi o terapeuti avanzati, la libertà inerme di poter affiggere sul mondo uno “sguardo cieco”, percezioni non puntute, attese che si espandono, fiduciose nell’ascolto. E’ lo sguardo infantile, ricordate? Picasso voleva tornare bambino, ma i suoi occhi rapivano. Tutti noi, al contrario, siamo soliti rivolgere agli altri e alle cose percezioni aggressive come testuggini per dominare o possedere corpi, menti, oggetti, a loro volta convessi come scudi e intenti a fare la festa a noi: questo è lo sguardo a punta, che non vede quel di cui fa scempio. Meglio sarebbe affinare percezioni concave in presenza di condizioni ricettive. Ecco perché la pittura dovrebbe farsi non convessa a scudo, come pretendeva De Chirico, bensì parabola. Ciò vale in particolare per le tele espanse di Gastone Mariani. Sono molto dissimili, sebbene improntate a una poetica razionalità costruttiva, dai rilievi delle prime avanguardie storiche: là, l’innovazione tranciava una barriera; qui, I’effusione luministica vaporizza ogni barriera. Una volta, Robert Rauschenberg, un maestro delle percezioni effusive e ricettive, sorprese le tele del suo ciclo tutto bianco a registrare l’ora del giorno captando ombre e riflessi; lui pure venne sorpreso mentre, steso a terra con un whisky, acquerellava le ombre portate dalle sue sculture. L’opera di Mariani è fatta di una pasta simile: dove finisce un quadro, I’arte riposa. Ovunque un artefatto accolga le altrui presenze e percezioni in libertà, senza ordire regole, con ricezioni concave, senza ostruzione convessa, là opera una ‘tramaturgia’ priva di dolore. Provo un interesse istintivo per i quadri plastici di Gastone Mariani perché assorbono le mie percezioni. Io non sono abituato (non più, non ancora) a rifluire in un oggetto d’arte – che di solito tendo a mordere per masticarlo. Le superfici a trama di Mariani risucchiano, lievi, la mia vista legata al tatto. Prive di nicchie ma ospitali nei loro tratti umbratili, lasciano che mi effonda con lo sguardo e l’orientamento nella loro membrana che è velata: è sferica o piana? Mi accade qualcosa di simile nel planetario, quando cala il buio profondo della volta celeste: è un’ebbrezza, subitanea e fittizia. Benché conscio che il cielo è una mera rappresentazione, dapprima avverto che il planetario proietta anche me su quella volta. I miei sensi disorientati non distinguono più tra il calare e l’ascendere. La mia vista si fa acuta sino a divenire cieca. Capita allora che m’interroghi su ciò che mai ho visto e mai vedrò: che forma ha l’universo?

GASTONE MARIANI, FRAGILE tecnica mista su tela cm 90 x 90
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Con delicatezza quasi Affine alla tradizione teatrale assembla oggetti che siano evocativi; estrapolati dalla memoria collettiva intrisi però di sgnifi cali soggettivi Chiodi arrugginiti vecchie serrature falci e nodi di corda sembrano animarsi e prendere parte alla misteriosa danza che è la vita che sisvo^lge all’interno del riquadro della tela come in un boccascena” il supporto materico di onde digesto spesso infrante da profonde spaccature bendate cucite ad arte conta pazienza elavirtùdichiimparadaglierrorisuoi. (~ffrendociun saggio musicale sensibile sull’esistenza un monito a soffermarsi sul senso profondo del quotidiano leggibile proprio nelle piccole cose. Cos) come il mare ci lascia le sue conchiglie tra le dita come tesori dai fondali’ cos) l’animo umano traccia una mappa disé segnalandoci con i^suoi Nodi iframmenticalcifcati ipunticardine della vita degli incontri che distinguono il singolo in un contesto sterminato; i/ mare dell’umanità. ~ In messaggio raffinato ancora una volta generosamente diretto ad un ‘pubblico ” sensibile alprocesso causa-effetto; mimesi e conseguente Catarsi.
G. F. COMPOSTELLA

GASTONE MARIANI, BLU tecnica mista su tela cm 90 x 90
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